Ecco: una mAmMa.

img_6437Ho quattro figli: il mio lavoro, mio marito, mia nipote Gaia e Federico . Devo lavorare per mettere in ordine le cose e ribaltare le priorità .
Ho aspettative su Federico che lui sembra percepire e in qualche modo non voler accontentare : io spingo per andare veloce e lui mi ricorda che devo rilassarmi e andar più piano.
Vorrei imparare a rilassarmi. Vorrei capire quando ho costruito la corazza e se è ora il caso di farne crollare dei pezzi: forse ho bisogno di tornare a quando ero insicura, a quando scrivevo , a quando provavo emozioni forti anche se ingiustificate e spesso di breve durata. Devo imparare a trovare del tempo per me, a dar più importanza alla qualità della vita. Devo pensare a cosa mi piace fare: se me lo domandano quasi non lo so più. Devo conciliare cosa mi piacerebbe fare e la presenza di Federico : non tutto è possibile ma qualcosa si e io devo provare almeno il qualcosa .
Quando ieri sera sono tornata a casa e lui mi è corso incontro felice ho capito l’attimo di felicità che provoca il sorriso di tuo figlio. Devo imparare ad espandere l’attimo e non aver paura dei momenti che seguono quell’attimo.
I momenti dei pianti immotivati: quelli in cui mi irrigidisco e non so se restare calma o arrabbiarmi ed entrambe le cose sembrano non darmi il risultato sperato. Forse perché sono abituata che a tutto c’è una soluzione e invece il pianto di un bambino può non avere soluzione. Non immediata e non sempre giustificabile . Io sono abituata a risolvere i problemi: qualcosa di non gestibile è per me inconcepibile.
Devo lavorare sul non concepibile e aprire le porte all’imprevedibile. Non è facile: è come se io, che odio la fantascienza, dovessi credere di punto in bianco che i marziani esistono.
In effetti Federico è entrato nella mia vita come un piccolo marziano e studiare il suo linguaggio e il significato del segni è una immensa fatica. Però quando fa la bocca a culo per imitare una mucca li lo amo.
Gli altri segni purtroppo non li capisco ancora .

Scrivere è terapeutico. Ho abbandonato i miei diari tanti anni fa: forse è quello il momento nel quale ho messo la corazza.

So I feel naked.

è passato così tanto. Da quanto non sto qui. Ho come resettato la mia mano, cambiato versione al mio volto, come quegli up-load. Sono io ma 2.1.
e bisogna sapersi veder così. Forse funziona che le vecchie versioni si perdono in automatico ed io ho bisogno di perdere questo senso di instabilità che pervade.
Ho bisogno di ristabilirmi, chi non ne ha bisogno oggi? ci spezziamo come parti di un puzzle. Dorebbero incollarci, tenerci uniti e invece sgretoliamo.
E io riconosco in quella pedina quello che resta della mia faccia, un dettaglio, un occhio, una ruga, la frangetta. Si sembro ancora io,
più vecchia e più nuova.

Oggi l’ho persa. E’ rimasto un vuoto, ogni volta che succede il vuoto si espande.

a volte mi sento in colpa. ecco tutto. forse faccio bene. nel senso che non si può rimpiangere le cose solo quando si perdono per sempre. vanno rimpiante prima, amate ogni istante senza pigrizia o senza non farsi bastare il tempo. invece l’amore è pigro. si mischia con gli impegni che non valgono di più di lui ma lo sovrastano. mancherà. tutto ciò che mi manca mi riempie e mi svuota. mancherà per sempre.

Regrets and mistakes, they’re memories made.

Non è umano spaventarsi davanti ad 1 cm di neve. Essere davanti all’entrata della piscina, chiusa nella macchina al caldino e guardare con occhi sgranati, pupille sgranate, i fiocchi che scendono come farina ed in pochi minuti fanno sembrare il suolo inverno per davvero.
Così mi son tirata indietro, non ho paura di un salto nel vuoto con l’elastico ma ho paura di scivolare.

Qualche problema devo averlo per forza.
Tipo che mi sembra non mi resti tempo: pochi secondo disponibili per il fancazzismo li spendo chiedendomi cosa vorrei non fare. Vi capita mai di avere la mente così piena di pensieri, belli brutti futuri passati indolore o pungenti?
Occupano così tanto spazio che non basta il giorno a contenerli: entrano di frodo anche nei sogni. E non resta più spazio per me.
Parlo di me sempre ma più che altro parlo di me a me stessa. In pochi conoscono me stessa e possono ascoltarmi parlare di me. Con il mio permesso.
Prego, grazie, avanti. Welcome.

Perchè vieni qui ogni sera? Vederti.

Vengo qui a guardarmi dentro, cosa non sempre facile.
Vengo qui a vedermi, così se mi concentro sul dentro posso scappare per un attimo dal fuori. E’ tutto così traballante fuori: sembra che la mia casa non abbia radici solide, le fondamenta qui in Italia traballano e c’è chi prova a salvarsi come può.

Fare dei progetti è un privilegio che un tempo era di norma. Dove si va, quando si va, perchè si va. Io sto bene qua chiusa nel mio guscio con le mie cazzo di abitudini cucite addosso. E invece la vita ti trascina: ti prende tranquilla per i polsi e dice salvati.
Chi ha paura del futuro? ditemelo.

Quando ero IO quando ero ME.

C’è un tempo, prima, dove ero Me e pensavo di essere proprio io. All’epoca dove ero Me ero invasa da una morbosa gelosia che mi scorreva limpida (ma non credo sia un termine appropriato) dai capillari dell’alluce alla cheratina dei capelli.
Una gelosia data di fatto che ora, che sono io, non ho più bisogno di avere ma che ogni tanto mi sfreccia per la testa come una scossa.
Quando ero Me mi bastava una parola. Ora che sono io mi basto e basta.
Non è sempre semplice bastarsi: credo che le persone siano fatte di dubbi e domande che accompagnano per tutta la vita, credo, io, che sia normale.
E’ come quando finisce l’anno e ci si chiede cosa ne è stato di Me e cosa sarò domani IO.

O è Natale tutto l’anno o non é Natale mai.

Questa è una lunga tavola di Natale. Sopra ci sono dei progetti con il fiocco, dei malesseri come coltelli affilati che scavano solchi dentro, degli ospiti allargati, piegati e spiegati, che prima non c’erano.
Sono disposti, ordinatamente in riga, dei legami.
Di sangue, di amore, di ostilità che non si spiega, di buonismi e dedizione, di sacrifici.
Non si dovrebbero mettere in tavola solo a Natale. I legami dovrebbero unire dalla petit dejouner alla camomilla della sera. Se si spezzano si rammendano ma quelli sottili perdono acqua da ogni poro.
I miei legami mi stupiscono, mi incidono e feriscono ma altri mi coccolano e rassicurano. Sono solidi?
sono liquidi.

Vorrei poterli bilanciare meglio ma credo non mi sia concesso: alcuni legami ti sbattono addosso come un vento gelido e non si possono evitare altri invece vanno coltivati come le piantine del giardino e poi sbocciano a primavera e sono la gioia assoluta. TE li prendi così come sono e li tieni stretti a te.
Per me o é Natale tutti i giorni o non è Natale mai.

RESTO! …INATTESA.

Ho deciso che resto. Inattesa anche per me stessa. Non aspetto più nulla, sono quasi arrivata dove volevo arrivare e sono pronta e carica per nuove sfide. Avevo deciso di cancellare, di chiudere, di mettere in cantina la parte della mia vita che è arrivata fin qui, appoggiata su di un’altra piattaforma.

Poi ho smesso con i rammarichi e mi sono messa a rileggere qua e la le pagine di vita che ho lasciato scritte, per anni, alla balia del mondo e mi sono piaciute. Mi son ricordata Berlino, Parigi, Dubai, Zanzibar. Mi son ricordata i capelli lunghi, quelli più corti, le abbronzature, i sorrisi, le lacrime, i vuoto e il pieno.

Tutto fa davvero parte di me, è il DNA che mi porto cucito addosso e che mi ha fatto arrivare qui. In questo giardino nel mondo.
E non ho la minima intenzione di dismettermi.
Resto sì, inattesa.